domenica 20 novembre 2016

La Convenzione dell’ONU sui diritti dell’infanzia e dell'adolescenza


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La Convenzione dell’ONU sui diritti dell’infanzia del 1989 offre l’occasione per fare un viaggio nel tempo tra passato, presente e futuro alla scoperta di una storia vera ricca di sorprese che riguarda ognuno di noi.

L'attenzione verso l'infanzia appare tanto più scarsa quanto più si va indietro nel tempo. Essa è infatti stata troppo a lungo percepita non come una peculiare fase dell'esistenza umana caratterizzata da bisogni specifici ma come breve periodo della vita in cui la maggior parte dei piccoli, per secoli considerati una proprietà della famiglia, dovevano semplicemente crescere in fretta così da potere apprendere quanto necessario per inserirsi immediatamente sia pure lentamente nel mondo del lavoro con conseguente  ed inevitabile sovrapposizione tra infanzia e mondo adulto.

In Italia e negli altri Paesi occidentali il passaggio dalla vecchia alla nuova idea di infanzia avvenne, non senza resistenze, nel corso del 1800 per effetto dei profondi mutamenti economici e culturali che caratterizzarono quel secolo.


All'affermazione dell'idea ottocentesca dell'infanzia come età felice, dipendente  e protetta in famiglia nonché separata dall'età adulta e ad essa contrapposta, giunta fin ai nostri giorni e recepita anche nel Preambolo della Convenzione dell'ONU, contribuì in modo determinante l'introduzione per vari motivi dell'istruzione obbligatoria (e poi delle misure volte a far rispettare l'obbligo scolastico) da parte degli Stati con leggi che ebbero inizialmente scarsa efficacia ma che segnarono l'inizio di una nuova fase nella storia dell'infanzia.

Fu così che nacque infatti l'immagine del bambino scolaro che per diversi anni non incontrò il consenso di moltissime famiglie nelle campagne e nelle città che attraevano moltitudini di persone grazie allo sviluppo industriale. Sfuggiva il valore dell'istruzione come strumento di promozione sociale e di emancipazione personale e l'andare a scuola si riduceva per quelle famiglie al venir meno del contributo dei figli al sostentamento della famiglia stessa che sopravviveva anche grazie al loro lavoro.

L'Ottocento è anche il secolo in cui si afferma a discapito della filantropia, incapace di garantire nell'intero territorio dello Stato l' uniformità del suo intervento di soccorso all'infanzia, la centralità del  ruolo degli Stati nelle questioni relative all'infanzia evidente nelle azioni dei governi volte a ridurre l'elevatissima mortalità infantile (in cui svolsero un ruolo decisivo medici ed infermiere a cui spettò anche  divulgare tra le madri le regole dell'igiene e dell'allevamento dei bambini) e nelle leggi di tutela dei bambini   (quali quelle che proibivano o limitavano il lavoro infantile, in particolare nelle fabbriche, per contrastare lo sfruttamento dei bambini a cui esso dava luogo   o   quelle di contrasto al fenomeno, legato a povertà ed emigrazione, della tratta dei bambini anche italiani venduti o affidati con regolari contratti da spesso ignari genitori a trafficanti che li riducevano  in schiavitù avviandoli, nelle grandi città non solo italiane, ai mestieri girovaghi di suonatori ambulanti, esibitori di animali, venditori per strada di fiori, fiammiferi ecc. o al lavoro di spazzacamino o al durissimo lavoro nelle vetrerie o nelle fornaci ecc.     o     quelle che limitavano, in Francia e in Gran Bretagna, la patria potestà dei genitori che si fossero resi  responsabili di maltrattamenti ai danni dei figli).

Grazie soprattutto alla sensibilità della comunità internazionale e quindi al diritto internazionale si approdò poi sia pure lentamente, faticosamente e gradualmente al riconoscimento ai bambini di diritti attraverso la Dichiarazione di Ginevra della Società delle Nazioni del 1924, la Dichiarazione dei diritti del fanciullo dell'ONU del 1959 e la Convenzione sui diritti dell'infanzia dell'ONU del 1989.

La prima scaturì dalla riflessione di un'insegnante inglese di scuola elementare, Englantyne Jebb, che si dedicò alla tutela e alla salvaguardia dei bambini dopo aver organizzato, alla fine della prima guerra mondiale, il soccorso e l'assistenza dei bambini travolti e sconvolti da essa.

 La seconda e la terza furono invece frutto della riflessione sulla persona umana avviata dagli orrori della seconda guerra mondiale che portò finalmente a vedere, nella Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo del 1948, una persona in ogni essere umano anche in quello debole ritenuto, proprio per questo, meritevole di maggiore attenzione da parte dello Stato e dell'intera collettività affinché la sua debolezza non si traduca in una contrazione dei suoi diritti fondamentali che gli devono essere invece garantiti.

All'affermazione dei diritti dei bambini contribuirono non poco la psicologia e la pedagogia (che si sforzarono di comprendere l'infanzia studiando la mente e le capacità del bambino permettendo tra l'altro di mettere a fuoco i suoi bisogni e le sue potenzialitàe la conquista dei diritti da parte delle donne negli anni sessanta.

Il problema della doppia presenza della donna madre, sollevato dal riconoscimento alle donne del diritto al lavoro extradomestico, comportò una chiara presa di coscienza dei bisogni del bambino che cessò di essere considerato soltanto una parte della famiglia e un essere che diviene persona soltanto attraverso il percorso educativo, per essere riconosciuto già come come una persona con propri bisogni essenziali, su cui sono radicati i diritti umani, da soddisfare pur con le sue insufficienze e debolezze.

In virtù del loro valore esortativo cioè etico-politico, le Dichiarazioni del 1924 e del 1959 rimettevano al buon senso degli Stati il riconoscimento di alcuni diritti dei bambini formulati rispettivamente nelle cinque e dieci linee guida di comportamento per gli Stati in esse enunciate.

In virtù del valore invece vincolante dello strumento della Convenzione, la Convenzione del 1989, composta da cinquantaquattro articoli dei quali quelli dedicati ai diritti vecchi e nuovi dei bambini sono quarantuno, obbliga la quasi totalità degli Stati del mondo che l'hanno ratificata ad adeguare ad essa le rispettive legislazioni minorili, prevedendo al riguardo un meccanismo di controllo che non comporta però sanzioni per gli Stati inadempienti. 

La possibilità di incorrere in sanzioni avrebbe provocato la non adesione alla Convenzione dei Paesi più poveri che, al venir meno di essa, hanno invece accettato l'impegno di giungere al riconoscimento effettivo dei diritti dei bambini anche se in tempi che non è dato sapere e contando sull' aiuto dei Paesi più ricchi.

Proprio alla cooperazione tra gli Stati, prevista in generale nel Preambolo della Convenzione e ribadita in particolare nei suoi articoli relativi al diritto alla vita , alla crescita, allo sviluppo, alla salute si deve la riduzione di alcune malattie anche se ancora troppi sono, in alcune zone del mondo, i bambini che muoiono per inosservanza delle regole di igiene, per malnutrizione o per l'irreperibilita di farmaci che invece nei Paesi più ricchi sono facilmente reperibili e poco costosi.

Alla Convenzione del 1989 si è giunti dopo un dibattito lunghissimo e complesso per la difficoltà di conciliare i diversi punti di vista degli Stati in regole che, volendo riconoscere i bisogni essenziali dell'essere umano in generale durante l'infanzia, fossero davvero valide per la totalità delle persone del mondo che appartengono a civiltà e culture talvolta anche molto diverse tra loro ma meritevoli di uguale considerazione.

I bisogni essenziali dell'essere umano durante l'infanzia, su cui sono radicati i diritti umani di bambine e bambini, si traducono sostanzialmente nei loro bisogni di protezione e di adeguata crescita umana al fine di trovare il proprio spazio nella società.

Il riconoscimento dei diritti a bambine e bambini non ha comportato il superamento della loro debolezza:i bambini erano e sono soggetti deboli perché non sono autonomamente capaci di conoscere e farsi riconoscere i propri bisogni né di conoscere e rivendicare i propri diritti. Per questa ragione la Convenzione dell''ONU non isola i bambini dal contesto, innanzitutto familiare, in cui vivono nell'ambito del quale essa ritiene che debbano invece essere necessariamente considerati.



Per far conoscere ai piccoli lettori la Convenzione dell'ONU sui diritti dell'infanzia : "I BAMBINI NASCONO PER ESSERE FELICI- I diritti li fanno diventare grandi"di Vanna Cercenà


Cecilia Mariotti






















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All'affermazione dell'idea ottocentesca dell'infanzia come età felice, dipendente e protetta in famiglia nonché separata dall'età adulta e ad essa contrapposta, giunta fin ai nostri giorni e recepita anche nel Preambolo della Convenzione dell'ONU, contribuì in modo determinante l'introduzione per vari motivi dell'istruzione obbligatoria (e poi delle misure volte a far rispettare l'obbligo scolastico) da parte degli Stati con leggi che ebbero inizialmente scarsa efficacia ma che segnarono l'inizio di una nuova fase nella storia dell'infanzia

Fu così che nacque infatti l'immagine del bambino scolaro che per diversi anni non incontrò il consenso di moltissime famiglie nelle campagne e nelle città che attraevano moltitudini di persone grazie allo sviluppo industriale. Sfuggiva il valore dell'istruzione come strumento di promozione sociale e di emancipazione personale e l'andare a scuola si riduceva per quelle famiglie al venir meno del contributo dei figli al sostentamento della famiglia stessa che sopravviveva anche grazie al loro lavoro.

L'Ottocento è anche il secolo in cui si afferma a discapito della filantropia, incapace di garantire nell'intero territorio dello Stato l' uniformità del suo intervento di soccorso all'infanzia, la centralità del ruolo degli Stati nelle questioni relative all'infanzia evidente nelle azioni dei governi volte a ridurre l'elevatissima mortalità infantile (in cui svolsero un ruolo decisivo medici ed infermiere a cui spettò anche divulgare tra le madri le regole dell'igiene e dell'allevamento dei bambini) e nelle leggi di tutela dei bambini (quali quelle che proibivano o limitavano il lavoro infantile, in particolare nelle fabbriche, per contrastare lo sfruttamento deienomeno, legato a povertà ed emigrazione, della tratta dei bambini anche italiani venduti o affidati con regolari contratti da spesso ignari genitori a trafficanti che li riducevano in schiavitù avviandoli, nelle grandi città non solo italiane, ai mestieri girovaghi di suonatori ambulanti, esibitori di animali, venditori per strada di fiori, fiammiferi ecc. o al lavoro di spazzacamino o al durissimo lavoro nelle vetrerie o nelle fornaci ecc.   o   quelle   che limitavano, in Francia e in Gran Bretagna, la patria potestà dei genitori che si fossero resi responsabili di maltrattamenti ai danni d

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